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Mi chiamo Vittorio Zingarelli

Mi chiamo Vittorio Zingarelli, sono nato a Roma il 18 marzo 1919. Durante la seconda guerra mondiale ho combattuto, come tenente, nei bersaglieri del 38" Battaglione Coloniale, formato da indigeni ascari.

Sul molo di Tauloud-Massaua, in Eritrea, l'otto aprile 1941 sono stato fatto prigioniero da un ufficiale e tre soldati della Legione Straniera Francese. Sul molo del porto tutte le navi, precedentemente minate, saltavano in aria. Sono stato quindi preso in consegna dagli inglesi, immatricolato come P.O.W. (Prisoner Of War) con il numero 240132, quindi imbarcato sulla nave ospedale Ramb IV. Dopo una settimana sulla nave, stipati come bestie, con poca acqua e poco cibo, con altri commilitoni sono stato trasbordato sul dragamine "Ratnagiri" per dirigerci verso Porto Sudan. Da porto Sudan siamo stati messi su un treno e fatti scendere, dopo un viaggio di cento chilometri nella località sudanese di Haya Junction, in pieno deserto.

Lì siamo stati reclusi in un campo di concentramento di emergenza: dormivamo in tende, sulla sabbia, senza letto; mangiavamo una volta al giorno una brodaglia con pochissima carne e molta sabbia. Dopo quarantacinque giorni fummo nuovamente trasferiti verso Porto Sudan e trasferiti verso Bombay, in India, quindi nello stato di Bhopal, a Bairagar, in una pianura molto calda e umida, pericolosa per la malaria e l'ameba. Non sarebbe stata l'ultima destinazione: dopo una epidemia di colera, che portò alla morte di diversi prigionieri, finalmente avemmo l'ordine di essere trasferiti a Yol, nella valle del Kangra, vicino a Lahore, già zona di prigionia per i tedeschi nella prima guerra mondiale. Là rimanemmo quattro anni e mezzo.

La vallata sembrava inserita in un paesaggio alpino, a 1300 metri, con folte boscaglie, verdi prati e ruscelli d'acque chiare. In una vasta area erano posizionati quattro campi per gli ufficiali e uno per i soldati (oltre ad un ospedale e vari altri alloggiamenti); ogni campo ufficiali era diviso in cinque ali (ognuna contenente 480 ufficiali e circa 100 soldati). In totale a Yol furono reclusi circa dodicimila ufficiali.

Finalmente dall'Italia cominciarono ad arrivare pacchi, libri e lettere. In generale le condizioni igieniche e sanitarie erano migliori. Cominciammo a lavorare, dapprima alla costruzione dei campi di rugby e di calcio, poi nei campi, con la promessa di non evadere. Il tempo passava tra ore dedicate allo studio, alle carte, agli sport (inclusa la pallavolo). La situazione non era idilliaca come sembra: non potevamo comunicare con i prigionieri degli altri campi, ed eravamo sempre sotto il tiro delle sentinelle (come accadde nel campo 26 il 21 aprile 1942, quando furono uccisi due nostri ufficiali, e feriti diversi altri, colpiti alle spalle. Numerosi furono i tentativi di fuga, che generalmente si concludevano con delle condanne al carcere, ma accadde che alcuni nostri commilitoni fossero uccisi a bruciapelo.

Per l'abilità di alcuni nostri tecnici, sfuggendo ad ogni perquisizione riuscimmo a far entrare nel campo delle radio clandestine: grazie ad esse avevamo notizie dall'Italia e dal mondo, che poi comunicavamo a chi non poteva disporre delle radio. Attraverso la strada di separazione, lanciavamo delle palle da tennis bucate, riempite di carta con i messaggi. Con i compagni di prigionia ci scambiavamo le nostre idee, in tutta serenità, senza scontri ideologici, senza che il nostro rapporto si incrinasse minimamente.

L'otto settembre 1943 dai notiziari inglesi sapemmo dell'armistizio: il nove, alla conta del mattino, di fronte agli inglesi sorridenti, sfilammo in assoluto silenzio, poiché sentivamo, con la più grande disperazione, di essere dei vinti. Fino al 20 non avemmo notizie né del Re, né di Badoglio: l'Italia di fatto non aveva una guida. Il 13 arrivò inaspettatamente la notizia della liberazione di Mussolini prigioniero sul Gran Sasso. Alla fine venimmo a sapere della fuga del Re e di Badoglio verso Brindisi.

La guerra, la cui fine era stata auspicata da tutti noi, continuava nel modo più orribile, con due Italie, l'una contro l'altra armata. Noi stessi, già dopo il 25 luglio, ci trovammo definitivamente e spiritualmente divisi in due gruppi distinti e separati: amicizie lunghe e profonde si raffreddarono in poco tempo. Arrivarono le notizie della nascita della Repubblica Sociale Italiana e degli sbarchi a Nettuno e ad Anzio. Io fui trasferito nel campo 25, insieme con gli altri elementi non collaboratori, fascisti pro Asse. Le notizie si susseguivano, fino a quella della cattura e della morte di Mussolini. Dopo pochi giorni, morto anche Hitler, la Germania si arrese.

Finita ufficialmente la guerra, la vita di tutti i prigionieri continuava eguale e monotona. Ala richiesta di rimpatrio, la risposta era la solita:"ships are not avalaible" ("non vi sono navi disponibili"). Ci furono scontri verbali tra noi violentissimi, anche all'interno del campo 25. Alla fine arrivò il nostro turno: il 29 novembre 1946 arrivammo a Napoli e sbarcammo, finalmente come uomini liberi.

Nello stesso giorno riuscii, grazie ad un mio amico, a tornare a Roma e a riabbracciare mia madre e mio fratello più piccolo: ma ebbi anche la notizia che l'altro fratello, Mauro, pluridecorato sommergibilista atlantico, avendo seguito Junio Valerio Borghese nella X Mas della Repubblica Sociale Italiana, era stato ucciso a Bresicia senza processo, il 10 maggio 1945.

Con la data del 29 novembre 1946 finisce la prigionia del sottotenente dei Bersaglieri Vittorio Zingarelli ed il numero 240132 viene definitivamente cancellato dall'elenco dei prigionieri in mano inglese.