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"Ero l'uomo-numero 142192"

I ricordi dell'internato Ermando Parete

Tra i 600.000 "Internati Militari Italiani" vi furono numerosissimi abruzzesi: non tutti ebbero la ventura di ritornare e raccontare le allucinanti esperienze vissute nei campi di lavoro nazisti. Tra i superstiti vi è un pescarese, Fernando Parete, la cui vicenda, ricostruita attraverso i suoi ricordi e il suo memoriale, è stata oggetto di una brillante tesi di laurea di Claudia Trafficante, dal titolo: "In quel mondo fuori dal mondo" - Da Pescara a Dachau: storia di Ermando Parete, discussa nell'anno accademico 2004-2005 presso l'Università degli Studi di Torino, facoltà di Lettere e Filosofia (ringraziamo l'autrice per l'autorizzazione ad utilizzare brani del suo lavoro).

Non ancora maggiorenne, Ermando Parete nel 1942 si era arruolato nella Guardia di Finanza. Dopo il normale addestramento venne inviato a combattere in Jugoslavia: di quella esperienza Parete ricorda lo scarso equipaggiamento: "(…)hanno fatto la guerra, io c'avevo 72 pallottole, una volta sparate quelle… insomma era una cosa pazzesca".

L'armistizio dell'otto settembre 1943 colse i soldati in condizioni ormai di sbandamento generale: Parete e i suoi commilitoni vennero addirittura avvertiti del fatto non dagli ufficiali, ma da un pope ortodosso. Anche nell'undicesimo battaglione della Guardia di Finanza vi fu chi si dette alla macchia, chi tentò di tornare a casa, chi fece la scelta di continuare la guerra sotto la Repubblica Sociale Italiana o nella Resistenza: Ermando Parete si unì ai partigiani jugoslavi, con l'intento di attraversare il confine e tornare a casa.

A Cimadolmo venne catturato dai repubblichini, che gli proposero di passare nelle loro file, ma egli rifiutò perché:"mi sono sempre mantenuto fedele al giuramento della Guardia di Finanza"la stessa fedeltà al Regio Esercito e al re che onorarono migliaia di altri soldati italiani". Dopo questo rifiuto Parete venne inviato a Dachau (il lager nei pressi di Monaco di Baviera) chiuso in un vagone, senza possibilità di riposarsi, nutrirsi, respirare: come bestie, sempre in piedi. Il viaggio durò tre giorni e tre notti.

Arrivati al campo, i nostri connazionali subirono immediatamente le persecuzioni dei nazisti, che li consideravano alla stregua degli ebrei, quindi degli esseri inferiori anche rispetto ai russi. Il trattamento non era migliore nemmeno da parte degli altri internati, prigionieri di guerra o resistenti che fossero: essi chiamavano gli italiani "fascisti - macaroni", umiliandoli, insultandoli, picchiandoli. Parete ed altri vennero destinati a riparare la ferrovia, o a togliere le macerie, o a scavare: "L'importante era stancarti". Da subito maturò l'idea di conservare quei ricordi perché:"Se noi superstiti non diffondiamo la memoria di quello che è successo, a che scopo siamo rimasti là?".

Appena ritornato a casa dopo la liberazione, egli rientrò nei ranghi della Guardia di Finanza e redasse un prezioso memoriale. Prezioso perché nella narrazione sono presenti anche le descrizioni del campo e del suo funzionamento: i passi del memoriale sono stati scritti con un timore comune ai superstiti: quello che "Nessuno potrà mai immaginare cosa avvenne dietro ai reticolati ad alta tensione".

È da ricordare che Dachau non fu un campo di sterminio, anche se la mortalità era alta, a causa delle spaventose condizioni di vita, comuni in quei luoghi.

I ricordi di quei giorni sono stati ossessivi, perché "poi la vita ha pensato a ridarci le gioie, ma siamo rimasti soprattutto quel numero. Io sono essenzialmente uomo-numero 142192 di Dachau".

Come altri anche egli si è fatto cancellare quel tatuaggio (simbolo non di essere una persona, ma un "pezzo"), anche se non ha potuto cancellare i ricordi.

L'essere con tatuato il numero 142192, con addosso un cencio zebrato, a cui era cucito un triangolo rosso con la scritta IT (italiano), subì, come tutti, le minacce, le violenze, le torture, fra adunate e colpi di frusta, in un inferno il cui motto era "passerai per il camino dei forni crematori". Più volte fu sull'orlo di morire, o di essere eliminato (venne sottoposto due volte ad esperimenti "scientifici", tra cui l'ibernazione), ma il destino non volle così.

Finalmente, il 29 aprile 1945 i soldati della settima divisione americana entrarono a Dachau "difesa" ormai solo dai ragazzini della "Hitler Jugend": si trovarono di fronte a cadaveri ambulanti, a morti viventi ridotti a scheletri, e ad ammassi di corpi stesi dappertutto. Dei 32.000 prigionieri ancora presenti nel campo, 2184 erano italiani. Come scrive Claudia Trafficante"Nei settanta giorni che seguirono la liberazione almeno 300 italiani morirono a causa delle privazioni e delle vessazioni a cui erano stati sottoposti durante la prigionia". Parete ricorda che:"In questo satanico campo di sterminio e di annientamento K.Z. di Dachau, dal 1943 al 1945 sono passati migliaia di italiani, il 90% dei quali non hanno fatto più ritorno".