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Leone e Natalia Ginzburg confinati a Pizzoli

L'Abruzzo, per le sue caratteristiche fisiche, venne utilizzato sotto il fascismo per "ospitarvi" soggetti ritenuti pericolosi, quali politici, ebrei, stranieri, antifascisti. Tra questi, un ruolo particolare per la loro personalità rivestirono i Ginzburg: Leone e Natalia, confinati a Pizzoli dal 1940 al 1943.

Leone, nato ad Odessa nel 1909, ebbe la cittadinanza italiana nel 1932 (che gli fu tolta nel 1939, in seguito alle leggi razziali, in quanto di religione ebraica); fu libero docente a Torino, presso la facoltà di Lettere, fino al 1934, quando venne escluso dall'insegnamento non avendo giurato fedeltà al fascismo; a causa della sua militanza nel movimento di "Giustizia e libertà" il 6 novembre 1934 venne condannato dal Tribunale Speciale a quattro anni per antifascismo; allo scoppio della guerra venne internato come prigioniero politico; tra il giugno 1940 e l'ottobre 1943 visse con la famiglia a Pizzoli (Aq); liberato dal confino dopo il 25 luglio 1943, continuò l'attività clandestina: incarcerato a Regina Coeli nel Braccio Tedesco, vi morì per le sevizie subite il 5 febbraio 1944.
Egli partecipò all'organizzazione della casa editrice Einaudi di Torino, per la quale curò varie traduzioni (tra cui gli scrittori russi); fu nel 1942 tra i fondatori del Partito d'Azione e redattore del suo organo "L'Italia libera"; fu inoltre collaboratore della rivista "Cultura" e dei "Quaderni di Giustizia e Libertà".

La moglie, Natalia Levi, anche lei di famiglia ebraica, è stata importante scrittrice; spesso nei suoi libri ha fatto riferimento all'Abruzzo, come ad esempio nella raccolta di racconti Le piccole virtù (1962).
Nata a Palermo nel 1916, già nel 1933 esordì sulla rivista "Solaria" con il racconto I bambini.
Sposata con Leone nel 1938, ebbe rapporti con i massimi esponenti dell'antifascismo piemontese. Inviata al confino, nel 1942 sotto lo pseudonimo ... aquilano di Alessandra Tornimparte, pubblicò il primo romanzo, La strada che va in città.
Nel 1950 sposò l'anglista Gabriele Baldini; tra le tante opere ebbe il successo più importante con Lessico famigliare (1963); è morta nel 1991.

Nell'Archivio di Stato dell'Aquila, nel "Fondo Questura" -cat.8- vi sono le carte relative alle una raccolta per Persone pericolose alla sicurezza dello Stato, e tra queste vi è l'incartamento riguardante i Ginzburg. Il fascicolo, nel suo linguaggio freddamente burocratico, mostra cosa significassero le parole "regime" e stato di polizia". Il 10 giugno 1940 scoppiò la guerra per l'Italia: il giorno dopo la Questura di Torino rilasciò il foglio di via obbligatorio per i Ginzburg; il 12 giunse al Podestà ed ai carabinieri di Pizzoli un telegramma con riportati gli obblighi per gli internati. Tra l'altro in esso si legge:"(...) Medesimo internato codesto Municipio dovrà vivere per proprio conto et ha obbligo non allontanarsi Pizzoli et presentarsi una volta al giorno at Podestà".

Nel racconto Inverno in Abruzzo, Natalia ricorda l'arrivo nel paese e la dura vita a cui lei, suo marito ed i due figli erano sottoposti:

"Quando venni al paese di cui parlo, nei primi tempi tutti i volti mi parevano uguali, tutte le donne si rassomigliavano, ricche e povere, giovani e vecchie.
Ma poi a poco a poco cominciai a distinguere Vincenzina da Secondina, Annunziata da Addolorata,e cominciai a entrare in ogni casa e a scaldarmi a quei fuochi diversi.
Quando la prima neve cominciava a cadere, una lenta tristezza s'impadroniva di noi. Era un esilio il nostro: la nostra città era lontana e lontani erano i libri, gli amici, le vicende varie e mutevoli di una vera esistenza.(...)Tutte le sere mio marito ed io facevamo una passeggiata: tutte le sere camminavamo a braccetto, immergendo i piedi nella neve. Le case che costeggiavano la strada erano abitate da gente cognita e amica e tutti uscivano sulla porta e ci dicevano: "Con una buona salute". Qualcuno a volte domandava:"Ma quando ci ritornate alle case vostre?". Mio marito diceva:"Quando sarà finita la guerra". "E quando finirà questa guerra? Te che sai tutto e sei un professore, quando finirà?".

Ne Il figlio dell'uomo si legge:

"Chi di noi è stato un perseguitato non ritroverà mai più la pace. Una scampanellata notturna non può significare altro per noi che la parola "questura". (...) Una volta sofferta, l'esperienza del male non si dimentica più.(...) Non guariremo più di questa guerra. E' inutile. Non saremo mai più gente serena. (...) Vedete cosa è stato fatto delle nostre case. Vedete cosa è stato fatto di noi. Non saremo mai più gente tranquilla".
I Ginzburg presentarono richiesta di assumere una domestica, per poter meglio accudire i due piccoli, di sei e diciotto mesi: la richiesta venne respinta richiamandosi all'art.12 del R.D.L. 17/1/1938 n°1728 concernente il divieto fatto agli appartenenti alla razza ebraica di avere alle proprie dipendenze domestici ariani.
I Ginzburg, pur se nella precarietà del momento, potevano usufruire di una somma mensile oscillante tra le 1000 e le 2000 lire: in parte erano i compensi editoriali che Leone percepiva dagli editori Laterza ed Einaudi, in parte era una somma inviata da Paola Olivetti, sorella di Natalia.
La famiglia risiedeva a Pizzoli in piazza Umberto I, in un appartamento affittato a Vittorio Pieragostini; talvolta i Ginzburg ricevevano la visita della madre di Natalia, la quale andava anche a trovare l'altro figlio Alberto, confinato a Rocca di Mezzo (anche il terzo figlio, Gino, venne condannato al confino). La sorveglianza era continua, anche da parte dell'OVRA, la polizia politica fascista, che periodicamente inviava rapporti al Federale.

Nel paese erano presenti diversi internati: come scrive Natalia "ce n'erano di ricchi e di poverissimi: e i ricchi mangiavano meglio, comperavano farina, e pane alla borsa nera, ma a parte il mangiare, facevano la stessa vita dei poveri". Tra questi Natalia ricorda gli Amodaj, commercianti di calze di Belgrado, due fratelli ebrei tedeschi, Guglielmo e Bernardo Ostfield, i quali si potevano precariamente mantenere (vivono nella più squallida miseria, riporta un rapporto dei Carabinieri) grazie a lezioni di fisarmonica a 10 lire l'ora, un prete di Zara, un dentista, un calzolaio di Fiume, una donna da casino, Amalia Vahlar, un ingegnere torinese, Umberto Iona, che si manteneva impartendo lezioni di matematica al figlio del presidente dei combattenti di Capitignano e al fratello del parroco di Pizzoli (dati i suoi precedenti antifascisti gli venne proibito di dare ancora lezioni), un altro ebreo, Mosè Funaro. Alberto e la moglie Miranda vennero poi trasferiti al confino nel Canavese, mentre non venne accolta la domanda di trasferimento al nord di Leone e Natalia.

Natalia restò incinta di Alessandra, quindi suo padre, Giuseppe Levi, noto anatomista già professore ordinario nell'Università di Torino, il primo ottobre 1942 scrisse al capo della Polizia, Carmine Senise, chiedendo di volerne autorizzare il trasferimento a Torino, assieme al marito Leone, così che egli potesse accudire gli altri due piccoli per due mesi: nonostante il parere favorevole da parte dei carabinieri e della Prefettura, la richiesta venne rifiutata: venne concesso però il permesso di partorire presso la clinica Sant'Anna dell'Aquila, diretta da un allievo del prof. Giuseppe Levi, il prof. Albano. Leone ebbe il permesso di assistere la moglie: furono gli ultimi mesi che avrebbero passato insieme.

Il 6 agosto 1943, dodici giorni dopo le dimissioni di Mussolini, fu revocato l'internamento: Leone lasciò Pizzoli per recarsi a Roma, con l'intenzione di andare in seguito a Torino, mentre Natalia rimase ancora a Pizzoli. Le speranze per la fine della guerra si tramutarono ben presto in paura per le repressioni naziste: Leone scrisse a Natalia di lasciare il paese perché non più sicuro. Natalia venne protetta dai pizzolani: la proprietaria dell'albergo Vittoria, la vedova Fabrizi, dove Natalia risiedeva, dichiarò ai tedeschi che lei era una sua parente, sfollata da Napoli.
Natalia salì su un camion diretto a Roma: la gente venne a salutare lei e i bambini. Finalmente avrebbe potuto ricongiungersi con Leone.

"Arrivata a Roma credetti che sarebbe cominciato per noi un tempo felice. Non avevo molti motivi per crederlo, ma lo credetti. Leone dirigeva un giornale clandestino ed era sempre fuori di casa. Lo arrestarono, venti giorni dopo il nostro arrivo; e non lo rividi mai più".
Degli altri internati Natalia scrive:
"Gli Amodaj, Bernardo e Villi (gli Ostfeld) s'erano nascosti a L'Aquila. Ma altri internati vennero presi, ammanettati e caricati su un camion, e scomparvero nella polvere della strada".