SIETE QUI: Atlante della Memoria » la Resistenza » La Resistenza nella provincia dell'Aquila |
![]() |
La Resistenza nella provincia dell'Aquila
Come avvenuto pressoché in tutta l'Italia, anche in Abruzzo la lotta resistenziale fu portata avanti con formazioni che agivano indipendentemente dalle altre in zone più o meno limitate, con scarso coordinamento.
La tattica generalmente seguita fu quella della guerriglia finalizzata ad attacchi non frontali, quanto invece portata principalmente con sabotaggi e assalti "mordi e fuggi".
Ufficialmente in Abruzzo vi furono 4538 partigiani combattenti, 3148 patrioti, 387 morti, 98 feriti; in realtà a questi numeri vanno aggiunti tutti coloro che attuarono una resistenza fatta di assistenza, protezione, copertura di fuggiaschi, prigionieri di guerra, ebrei, feriti. Nella zona dell'Aquila fu nevralgica l'area del Gran Sasso, tra Arischia, Collebrincioni, Aragno, dove agivano gruppi formati da ex militari o da civili politicizzati. Proprio a causa di varie azioni condotte nella zona, fu installato un presidio fascista nella casa cantoniera alle Capannelle (in seguito spostato nel Teramano). Il 5 maggio 1944 nella zona del Vasto, presso il casale Cappelli, in uno scontro a fuoco venne ucciso Giovanni Vicenzo (cognome in seguito storpiato in Di Vincenzo), in onore del quale venne battezzata una formazione partigiana. Numerose, e tragiche spesso, furono le azioni. La "Di Vincenzo" era formata da vari nuclei (Collebrincioni, Caporciano, Fontecchio , L'Aquila, Arischia), in collegamento con il Comando Raggruppamento Bande Patrioti "Gran Sasso". Altra importante banda fu quella della "Duchessa", che operava nella zona tra Lucoli e Tornimparte, comandata da Luigi Marrone, un tenente medico reduce dalla Jugoslavia; essa ebbe l'appoggio della Guardia di Finanza dell'Aquila , che forniva assistenza con rifornimenti di viveri e con l'aiuto ai feriti. La banda era formata da persone locali e da ex prigionieri inglesi e slavi. Insieme con la banda "Gio. Da" (dalle iniziali del comandante Giovanni de Acutis, poi detta "Giulio Porzio" ) la "Duchessa" fu protagonista dell'unico scontro in campo aperto con i tedeschi: la battaglia avvenne il 12 giugno 1944 a passo Malito, nella strada tra Corvaro e Sella di Corno, e comportò l'uccisione di Giulio Porzio - uno studente romano di Medicina- e di una ventina di soldati. Questo schieramento non era politicamente inserito, ma entrò a far parte del raggruppamento "Bande Gran Sasso", sostenuto dallo Stato Maggiore dell'Esercito, rifugiatosi nel Vaticano: per questo venne equiparato ad un battaglione. Nella stessa area operava la banda "Colle della Sentinella". Ai confini con l'Aquilano, a Borbona, era presente un piccolo gruppo, la banda "Troiani", dal nome del fondatore , Pio, e di cui facevano parte, tra gli altri, il figlio Walter, il fratello Luigi con suo figlio Guido. La "Troiani" si dedicava principalmente all'assistenza dei rifugiati in quella zona. Il 4 aprile 1944 a Posta vennero catturati dai nazisti e dai fascisti Guido, Luigi, Pio e altri due componenti; la fucilazione avvenne il giorno seguente. Dopo la guerra ai tre Troiani vennero conferite le medaglie d'oro e d'argento alla memoria. Nella Marsica inizialmente la costituzione di bande partigiane fu affidata al comunista Bruno Corbi, liberato nell'agosto '43 dal carcere dove era detenuto per una condanna a diciassette anni per attività antifascista. Corbi e numerosi altri vennero arrestati a causa di spiate di delatori, quindi incarcerati e torturati a L'Aquila. La formazione maggiore ere la "Marsica", ma operavano anche gruppi di minore consistenza come la banda "Ombrone" (che nel gennaio 1944 si fuse con la "Marsica"), e la "Bardo", operante nella zona di Sante Marie. Data l'importanza strategica della Marsica (basti ricordare le decine di bombardamenti subiti da Avezzano), la lotta resistenziale fu accanita e feroce, con diversi morti ed eccidi efferati, come ad esempio quello di Capistrello. Nell'area peligna si costituì a Sulmona il "Comitato patriottico locale per la liberazione nazionale", e la banda "Conca di Sulmona", formata da sette gruppi: di Sulmona-Pettorano; di Bagnaturo-Marane-badia-Fonte d'Amore; di Campo di Giove; di Introdacqua-Periferia di Sulmona; di Roccapia; di Cansano; di Raiano. Vi era inoltre il gruppo "Teppa della Montagna". L'azione di queste bande si concentrò in un breve arco di tempo, tra il settembre e il novembre 1943: i gruppi si sciolsero e si continuarono dlle azioni isolate, principalmente destinate all'assistenza dei POW (Prisoner Of War) fuggiti dal campo di Fonte d'Amore, che passavano il fronte attraverso il cosiddetto "Sentiero della libertà", nonché ad azioni di sabotaggio. Oltre a questi gruppi più o meno numerosi e organizzati, operarono (in città come in campagna o in montagna) sia piccoli nuclei che singole persone, normali civili o che avevano particolari incarichi. È il caso di medici o infermieri compiacenti, operanti negli ospedali o in privato o addirittura nelle carceri; di Carabinieri; di funzionari della Questura e dei Comuni; di sacerdoti e vescovi; di avvocati e professionisti ; di semplici civili (cittadini, contadini, pastori ecc.): essi, a rischio della loro vita e di quelle dei famigliari (come spesso accadde) soccorsero, nascosero, fornirono generalità false, accompagnarono lungo i sentieri, comunque anche solo dettero qualcosa da mangiare, contribuendo così ad aiutare quelli che erano ricercati o in difficoltà. Anche questa fu Resistenza. |