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La persecuzione degli ebrei a L'Aquila

La comunità ebraica aquilana non era numerosa, ma ben integrata nella città, tanto che durante le persecuzioni vi furono diversi episodi di protezione nei confronti dei suoi membri e di chi proveniva da fuori.

Il personaggio più noto era un commerciante di stoffe, Gilberto Rimini, il quale fu costretto a nascondersi a Collebrincioni, addirittura rifugiandosi la notte in una buca mimetizzata nel terreno.

All'indomani dei primi rastrellamenti, numerosi ebrei fuggiti da Roma (e da altre località italiane) trovarono rifugio presso parenti e correligionari aquilani: fu questo in particolare il caso del commerciante di stoffe Giuseppe Funaro, che risiedeva in via Paganica, ma atti simili furono compiuti dai Fuà, dai Cohen, dai Della Pergola. Rimarchevole fu l'aiuto prestato da aquilani non ebrei, anche con la complicità di funzionari della questura, nell'ospitare e coprire i perseguitati.

Purtroppo le vicende non si conclusero positivamente per tutti: dopo l'ordine di polizia di Buffarini-Guidi (il ministro degli Interni) del 30 novembre 1943, con il quale si dava disposizione di raccogliere gli ebrei in campi di concentramento provinciali in attesa di smistarli nei campi di concentramento "speciali", si procedette con i rastrellamenti : grazie agli aiuti, non ultimi quelli di Carabinieri e di funzionari della Questura che avvertirono in tempo i perseguitati, dei numerosi ebrei presenti nell'Aquilani furono fatti prigionieri e deportati solo undici, impossibilitati a muoversi perché vecchi e/o malati; risulta che a l'Aquila venne deportato uno dei Cohen perché si sentiva protetto grazie a raccomandazioni "dall'alto", e che quindi non prestò ascolto agli avvertimenti. Come per tutti gli ebrei, i loro beni furono confiscati e destinati (almeno in teoria) alle vittime civili.

Nell'Aquilano furono confinati o trovarono rifugio molti ebrei. Buona parte dei confinati di Pizzoli erano ebrei , come ad esempio Leone e Natalia Ginzburg con i tre figlioletti. A Bominaco una famiglia ebrea era protetta da alcuni locali: questi furono scoperti da un soldato tedesco il quale, anziché arrestarli, consigliò loro come evitare i rastrellamenti delle SS, facendo spostare i clandestini in una casa discosta dal paese. Tra gli sfollati napoletani giunti a Fossa vi fu anche una famiglia di ebrei. A Tagliacozzo il parroco don Gaetano Tantalo protesse ebrei sfollati e partigiani. A Pizzoli visse confinata la famiglia Fleischmann, anche qui con l'appoggio di buona parte della popolazione, come ricordato da Augusto Fleischmann nel suo libro "Un ragazzo ebreo nelle retrovie". Altre sedi di internamento furono Carsoli, Ofena, Rocca di Mezzo (in cui fu confinato Alberto Ginzburg, fratello di Leone).