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L'Abruzzo nella Seconda Guerra Mondiale

L'abruzzese aveva contribuito alle "guerre del duce" con la consueta disponibilità al sacrificio che lo aveva spinto a partire come emigrante verso terre lontane o come lavorante stagionale o come pastore transumante. Egli era partito per la guerra d'Etiopia prima, quella di Spagna poi, mosso dalla disoccupazione, dai debiti, dalle dure condizioni di vita, piuttosto che da unanime sincero slancio ideale.

Dopo il 1936 il fascismo si lega a filo doppio con il nazismo: sovverte quei valori ereditati dal Risorgimento e dalla prima guerra mondiale e promuove "culture", come quelle razziali, a cui la popolazione non si ribella apertamente, ma che non comprende poiché non sente come proprie. L'Italiano (e quindi anche l'abruzzese) degli anni '30 si arrangia alla ricerca di una vita tranquilla e spensierata: questo non vale per la gran parte degli abruzzesi, poiché l'Abruzzo si presenta ancora come una regione arretrata e squilibrata. Per la popolazione abruzzese c'è qualche forma di protesta ed opposizione che porta lentamente al distacco e alla delegittimazione del regime (non a caso definito un "totalitarismo imperfetto"); anche l'opposizione politica si comincia ad organizzare, soprattutto nei centri urbani e nelle fabbriche. La stretta delle maglie repressive limita di molto l'attività degli oppositori: molti vengono arrestati e inviati al confine o messi in carcere (è da ricordare che l'Abruzzo è la regione con la più alta densità di campi di internamento in Italia). Già immediatamente prima dell'entrata in guerra le condizioni di vita degli abruzzesi peggiorano ancora di più, poiché erano entrate in vigore delle norme che avevano comportato ulteriori tagli sui redditi e sugli ammassi dei prodotti agricoli, generando così un malcontento nei ceti medio-bassi.

La guerra per l'Italia inizia il 10 giugno 1940. La gran parte dei soldati viene impiegata nei fronti jugoslavo e greco-albanese poi in quelli russo e africano, aggravando così i costi sociali ed economici: il grave momento porta ad una intensificazione della propaganda, che esorta allo spirito di sacrificio, in attesa della sicura vittoria. Già nel 1942 e nei primi dell'anno seguente la situazione evolve in tutt'altra situazione rispetto a quella auspicata: le gravi condizioni economiche, la diffusa disoccupazione, le disfatte nei vari fronti. Il 25 luglio 1943 Mussolini è costretto alle dimissioni e viene arrestato. L'Abruzzo diventa obiettivo strategico e viene colpito da pesanti bombardamenti (come quelli su Sulmona del 27 agosto e su Pescara del 29). Si arriva così all'otto settembre, all'armistizio; il 9 settembre si forma il Comitato di Liberazione Nazionale. Gli eventi che seguono immediatamente lo "sfascio" della nazione investono in modo particolare l'Abruzzo. Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, il 12 settembre viene liberato e portato in Germania. La Resistenza ha i suoi primi episodi proprio in Abruzzo. La prima fase di guerra contro i nazifascisti si chiude tra il 5 e il 6 ottobre con l'insurrezione di Lanciano, repressa con durezza. La situazione è sempre più drammatica: i bombardamenti si susseguono incessanti; la distruzione è totale; Chieti, dichiarata all'inizio del 1944 "città aperta" è piena di migliaia di sfollati; zone come l'aquilano soffrono per la mancanza di rifornimenti; continui sono i rastrellamenti per procurare ai tedeschi "carne da lavoro".

Nasce la linea Gustav che va da Ortona a Cassino, quindi segue i bacini dei fiumi Sangro, Aventino, Alento, le montagne dell'Abruzzo meridionale e dall'alto Molise. Tutto il territorio della Gustav è interessato: si applica la tattica della "terra bruciata"; si procede con rastrellamenti, saccheggi, stragi.

Ortona viene contesa per due settimane palmo a palmo (sarà per questo chiamata "la Stalingrado d'Italia"); la battaglia del Sangro costa ai soli alleati oltre 1500 morti e 5000 feriti; tutta la "Gustav" è costellata ancora oggi di cimiteri di guerra che ospitano le spoglie di combattimenti di tutto il mondo. Ma a farne le spese in misura oltremodo maggiore sono i civili; anche chi credeva di aver trovato rifugio sicuro in una piccola località sono coinvolti nella distruzione: è il caso ad esempio degli eccidi di Limmari, presso Pietransieri (frazione di Roccaraso) dove vengono uccise 123 persone, di Gessopalena, con 38 morti, di Filetto e Onna dove per rappresaglia muoiono in totale 31 persone. Finalmente la liberazione giunge pure per l'Abruzzo: l'esercito tedesco viene sconfitto, le città man mano liberate. Le macerie lasciate non sono solo quelle "fisiche" ma anche quelle riguardanti l'odio e la vendetta. La Chiesa, che in diversi casi si era mostrata accondiscendente verso il regime fascista, mostra invece in più occasioni di essere il vero punto di riferimento per la popolazione, come ad esempio a L'Aquila, grazie all'opera del vescovo Confalonieri, o a Chieti. L'Abruzzo, come il resto della nazione, si avvia verso una fase nuova, in cui per la prima volta si possono pronunciare le parole pace, libertà, democrazia.